Francesco Tesei

Francesco Tesei

Passionate about magic and music from a young age, while dating a dancer we came up with the idea of forming a duo and creating a few acts together. I had read Anne Rice’s novels, and I was fascinated by the idea of an illusionist who was also an antihero, not an all-powerful macho figure: a dark character who could instill a bit of fear. After an apprenticeship performing in town squares and village festivals—I was very young, just 21—I entered the cruise-ship market, where for fifteen years I presented Prince Székely’s large-scale illusion show. At a certain point I began to ask myself what I could still express through that kind of performance. Perhaps I was becoming aware of the expressive limits of “sawing a woman in half” and was searching for a different way to communicate.

My path in illusionism began by chance. As a child, like many others, I was fascinated by the classic magic set. I lived for ten years in Tuscany, although I’m originally from Turin, and it was there that I found my first mentor, Lorenzo Ferro. He owned a piercing and tattoo shop and had a passion for illusionism. Together we founded the Versilia Magic Circle. Then I returned to Turin, where I discovered the Circolo Amici della Magia, the Turin magic scene, Tiziano Berardi’s workshops, and the figure of Arturo Brachetti. I also began acting in theatre companies, taking part in festivals, public and school events, often dealing with themes related to partisan memory. At the same time, I continued my training as a clinical psychologist. I was already interested in mentalism and enjoyed watching Max Maven, but I didn’t feel I could be credible—partly because of my age and partly because of my personality. Then, with Derren Brown, a different kind of mentalism emerged, one focused more on psychology and communication than on alleged powers, and I identified with that much more. I began studying everything I could about communication. The combination of these elements pushed me to try something different, leaving large-scale illusions to devote myself to mentalism.

My first milestone was the production, in 1999, of the DVD Mindjuggling, which contains my theatrical debut as a mentalist along with a series of effects filmed in different contexts. From that work came Mindjuggler, my first show, which I began distributing personally to theatres. The turning point came in Forlì, my hometown, when I asked Ruggero Sintoni of Accademia Perduta—who manages a network of theatres in Emilia-Romagna—for a venue. After the performance at the Piccolo Theatre, he told me he saw great potential in it and suggested Aldo Marangoni as my manager. That collaboration began then and continues to this day.

In constructing my acts and shows, I’ve always started from the idea of a theme; the magical effect always comes afterward. When I created Mindjuggler, since I was presenting myself as a mentalist who uses communication, I followed a master’s course in NLP and training in Ericksonian hypnosis. From the second show onward, together with my collaborator Daniel Monti, we worked more and more to make the mentalistic effect more theatrical—to give it depth, multiple layers of interpretation, and a metaphorical dimension.

To create The Game, focused on the theme of luck, I read psychology books such asThe Luck Factor by Richard Wiseman. The idea was to create effects that appeared to be strokes of luck, impossible coincidences, so as to instill in the audience the belief that it couldn’t just be luck, but something else. In the third show, Human, I tried to understand what makes us human, contrasting human communication with the virtual world. I started from the seemingly banal observation that to perform a mentalism effect, one always needs a human relationship.

After Telepathy, a show about shared suffering experienced at a distance—conceived during the pandemic—we returned with Wow to a lighter register, exploring the theme of astonishment and wonder. People often talk about the credibility of mentalism, and perhaps I myself made it too credible.

I consider mentalism a form of illusionism, and I believe the experience of magic is increasingly more important than the mechanism and its plausibility. When I began working in mentalism, illusionism was going through a period of decline, while mentalism was experiencing a renaissance. Years earlier there had been the wave sparked by Uri Geller; then, after a dark period, the revival came from England, with Derren Brown. Today, a show that has truly changed the perception of this art form is undoubtedly In & Of Itself by Derek DelGaudio.

 

(article published on Juggling Magazine, n.109, december 2025)

 

 

Appassionato di magia e di musica fin da ragazzo, frequentando una danzatrice ci venne l’idea di formare un duo e mettere in piedi alcuni numeri insieme. Avevo letto i romanzi di Anne Rice, e mi affascinava l’idea di un illusionista che fosse anche un antieroe, non un macho onnipotente: un personaggio dark che incutesse un po’ di terrore. Dopo una gavetta tra piazze e feste di paese — ero giovanissimo, avevo 21 anni — mi sono inserito nel mercato delle crociere, dove per quindici anni ho presentato lo spettacolo di grandi illusioni di Prince Székely. A un certo punto ho iniziato a chiedermi che cosa potessi ancora esprimere con quella forma di spettacolo. Forse mi rendevo conto dei limiti espressivi del “tagliare una donna a metà” e cercavo un modo diverso per comunicare. Il mio percorso nell’illusionismo nasce per caso. Da piccolo, come molti, sono rimasto affascinato dalla classica scatola magica. Ho vissuto dieci anni in Toscana, anche se originario di Torino, ed è lì che ho trovato la mia prima guida, Lorenzo Ferro. Era il proprietario di un negozio di piercing e tatuaggi con la passione per l’illusionismo. Insieme abbiamo fondato il circolo magico versiliese. Poi sono tornato a Torino. Qui ho scoperto il Circolo Amici della Magia, la scena magica torinese, i laboratori di Tiziano Berardi e la figura di Arturo Brachetti. Ho cominciato anche a recitare in compagnie teatrali partecipando a festival, eventi pubblici e scolastici, spesso su temi legati alla memoria partigiana. Intanto portavo avanti la mia formazione come psicologo clinico. Mi interessava già il mentalismo, mi piaceva vedere Max Maven, ma non sentivo di poter essere credibile, un po’ per l’età e un po’ per la mia personalità. Poi, con Derren Brown, è arrivato un mentalismo diverso, più incentrato sulla psicologia e sulla comunicazione che su presunti poteri, e mi ci sono riconosciuto di più. Ho così iniziato a studiare tutto il possibile sulla comunicazione. L’unione di queste cose mi spinse a provare qualcosa di diverso, lasciare il numero di grandi illusioni per dedicarmi al mentalismo.

La mia prima tappa fu, nel 1999, la produzione del DVD Mindjuggling, che contiene il mio debutto come mentalista a teatro e una serie di effetti girati in contesti diversi. Da quel lavoro nacque Mindjuggler, il mio primo spettacolo, che ho iniziato a distribuire personalmente nei teatri. La svolta arrivò a Forlì, la mia città, quando chiesi il teatro a Ruggero Sintoni di Accademia Perduta, che gestisce una rete di teatri in Emilia-Romagna. Dopo lo spettacolo al Piccolo mi disse che lo riteneva pieno di potenzialità, suggerendomi come manager Aldo Marangoni, con il quale avviai poi una collaborazione che dura tutt’oggi. Per la costruzione dei miei numeri e dei miei spettacoli sono sempre partito dall’idea di un tema; l’effetto magico arriva sempre dopo. Quando ho creato Mindjuggler, dovendomi presentare come il mentalista che usa la comunicazione, ho seguito un master in PNL e un percorso di ipnosi ericksoniana. Dal secondo spettacolo in poi abbiamo lavorato sempre di più — insieme al mio collaboratore Daniel Monti — per rendere più teatrale l’effetto mentalistico, dargli uno spessore, una lettura su livelli diversi, un risvolto metaforico.

Per realizzare The Game, incentrato sul tema della fortuna, ho invece letto libri di psicologia come The Luck Factor di Richard Wiseman. L’idea era quella di creare effetti che sembrassero colpi di fortuna, coincidenze impossibili, così da creare nello spettatore la convinzione che non potesse trattarsi soltanto di fortuna, ma di qualcos’altro. Nel terzo spettacolo, Human, cercavo di capire cosa ci rende umani, mettendo in contrapposizione la comunicazione umana al mondo virtuale. Partivo dalla constatazione, apparentemente banale, che per eseguire un effetto di mentalismo si ha sempre bisogno di una relazione umana. Dopo Telepathy, spettacolo sulla sofferenza condivisa e vissuta a distanza — concepito durante la pandemia — siamo tornati con Wow a un registro più leggero, per esplorare il tema dello stupore e della meraviglia. Si parla sempre di credibilità del mentalismo, e forse io stesso l’ho reso troppo credibile. Considero il mentalismo una forma di illusionismo e l’esperienza della magia sempre più importante del meccanismo e della sua verosimiglianza. Quando ho iniziato a fare mentalismo, l’illusionismo attraversava una fase decadente, mentre il mentalismo viveva una rinascita. Anni prima c’era stata l’ondata prodotta da Uri Geller; poi, dopo un periodo buio, la rinascita è arrivata dall’Inghilterra, da Derren Brown. Oggi uno spettacolo che ha cambiato la percezione di questa forma d’arte è sicuramente In & Of Itself di Derek DelGaudio.

 

(articolo pubblicato su Juggling Magazine, n.109, dicembre 2025)

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GIORGIO ENEA SIRONI

Giorgio Enea Sironi is a professional working in the communications and live entertainment sectors. For Juggling Magazine, a publication dedicated to contemporary circus and the performing arts, he edits "Hocus Pocus, the Column of Wonders," where he publishes interviews and insights into contemporary illusionism.

Giorgio Enea Sironi è un professionista operante nel settore della comunicazione e dello spettacolo dal vivo. Per Juggling Magazine, rivista dedicata al circo contemporaneo e alle arti performative, cura "Hocus Pocus la Rubrica delle meraviglie" dove pubblica interviste e approfondimenti sull'illusionismo contemporaneo. 

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