Dopo un primo debutto al Teatro Franco Parenti di Milano e un passaggio al Teatro Sala Umberto di Roma è in tournée nei principali teatri italiani uno spettacolo di illusionismo che sta facendo molto parlare, una messa a confronto tra grandi maestri del teatro e il loro rapporto con il sogno e l’incanto e sei giovani talenti dell’illusionismo che utilizzano la loro arte per esprimere dei contenuti andando al di là della mera esibizione di bravura. Ne abbiamo discusso con l’ideatore, mentalista e artista in scena Andrea Rizzolini in occasione delle date al Teatro Olimpico di Roma. Ci conosciamo tutti da molto tempo e per motivi diversi. Io e Filiberto Selvi ci siamo conosciuti al primo Congresso di Magia e siamo cresciuti artisticamente insieme. Assieme a lui che è di Torino ho conosciuto Niccolò Fontana e Piero Venesia e successivamente nel contesto della Squadra Nazionale di Magia Francesco Della Bona e Dario Adiletta. Lo spettacolo nasce nel contesto della preparazione dei Campionati del Mondo di Magia in Canada. In quel momento confrontandoci tra di noi ci siamo resi conto che si stava delineando un nuovo modo di fare magia in Italia. Nel 2022 ma anche prima si parlava di un modo italiano di fare magia fortemente caratterizzato dall’aspetto teatrale. Per noi la magia diventa uno strumento, un linguaggio finalizzato non soltanto a suscitare emozioni nel pubblico ma soprattutto a esprimere dei contenuti che sono analoghi a quelli che hanno espresso a loro modo grandi drammaturghi nelle loro opere. La cosa interessante della nostra compagnia è quella di aiutare a gettare uno sguardo più ampio su che cosa vuol dire essere un illusionista e sulle arti con cui l’illusionismo può dialogare. Le nostre formazioni e background diverse trovano diretta espressione nelle nostre performance. Io e Piero Venezia siamo entrambe di formazione filosofica e teatrale. Piero ha una formazione teatrale, lavora come attore nel teatro di prosa ed è particolarmente portato per il mimo e il teatro fisico mentre io sono più interessato agli aspetti registici. Inoltre i miei studi di filosofia del linguaggio trovano una diretta espressione nel mio modo di approcciare e praticare il mentalismo e soprattutto di intenderlo. Niccolò Fontana è dottore in psicologia clinica e nel suo numero porta in scena un’interrogazione sull’origine dei sentimenti umani e su ciò che distingue gli esseri umani dalle macchine, Dario Adiletta ha un passato di ballerino e interpreta uno sciamano che esegue una danza della pioggia, che è capace di domare l’acqua e questo numero è nato da un trauma personale vissuto da bambino in cui ha rischiato di affogare. Filiberto Selvi invece ha una formazione musicale ed è primo violino in numerose orchestre. Francesco Dalla Bona studia cinema ed è interessante il suo lavoro sulla temporalità, sul ricreare effetti propri del cinema come lo slowmotion dal vivo e applicarli alla manipolazione da scena. Lo spettacolo parte dalla celebre frase di Shakespeare “Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e nello spazio e nel tempo di un sogno è racchiusa la nostra breve vita” e dalla domanda “Di che sostanza dunque sono fatti i sogni?” che significa domandarsi che cosa è che noi, in quanto illusionisti, facciamo sul palco, perché da un certo punto di vista ciò che facciamo è far sognare il pubblico. Sognare, incantare vuol dire mostrare che nella realtà c’è qualcosa che va oltre la semplice apparenza. Di fatto l’illusionismo lavora proprio su questa dinamica: una cosa che io so non essere reale sembra reale e questo genera un contrasto che è all’origine: da una parte so che ci può essere un trucco ma dall’altra si rimanda a quella capacità di sapere che oltre alla realtà c’è qualcosa che non si vede ma che c’è. Nel senso comune l’illusione ha a che fare con la speranza e quindi quello che penso che noi dovremmo rivolgersi all’umanità sperante. Il nostro obiettivo è stato creare un precedente mettendo a tema il rapporto tra quello che noi facciamo sul palco e quello che accade di solito sul palcoscenico di un teatro ricercando l’opinione non degli illusionisti ma del pubblico teatrale. Senza fare apparire macchine o volare elefanti, cosa che tutti si aspetterebbero, in realtà solo con le parole si può creare ugualmente la sensazione dell’illusione. Prendiamo ovviamente la forma del gala di magia perché è quella più comune ma la stravolgiamo con un cast fisso facendo sì che quello che accade tra i numeri sia parte integrante dello spettacolo e lavoriamo su luci e scenografie in maniera diversa. Il nostro obiettivo è mostrare che lo spettacolo di magia può essere molto di più di quello che ci potremmo aspettare. Come la Magia Nouvelle, che ha avuto grande diffusione in Francia negli ultimi 20 anni, è figlia del contesto culturale in cui è nata, sono spettacoli non parlati, che dialogano spesso con il circo, l’unico che lavora molto sul teatro è Yann Frisch, così in Italia abbiamo un contesto diverso con grande influenza del teatro di prosa e il lavoro da fare è continuare a pensare al ruolo dell’illusionista nel contesto teatrale. La Magie Nouvelle sì pone il problema del linguaggio artistico ma lo fa togliendo la figura dell’illusionista dal palcoscenico, pensando che la figura dell’illusionista sia all’origine del male perché sono molto legati alla figura di Robert Houdin. In particolare Io, Niccolò e Piero vogliamo tentare di ridefinire il ruolo e il compito dell’illusionista anche scrivendo un Manifesto del Neo Illusionismo che renderemo pubblico a breve. In particolare la nostra preoccupazione è capire cosa possiamo esprimere di che cosa possiamo parlare con l’illusionismo, quale è la sua forma specifica. La Magie Nouvelle ha lavorato molto sulla forma, sul come della magia, su cosa rende qualcosa magico, e gli studi in campo antropologico di Valentine Losseau sono stati fondamentali per indagare l’essenza della magicità. A me interessa poco dell’esperienza della magia ma interessa lavorare sulla forma e sui contenuti che possono essere espressi all’interno di questa forma d’arte. Dimostrare che quest’arte ha dei contenuti che possono essere espressi soltanto all’interno di essa così come la musica, la danza, la letteratura sono capaci di esprimere bene certe cose nel loro campo ma non necessariamente sono capaci di esprimere le une le cose delle altre. Tutto questo verrà dichiarato nel manifesto di prossima pubblicazione che vorremmo tradurre in più lingue, a cui vorremmo affiancare una rivista specializzata in cui approfondiamo un artista a numero. Abbiamo riflettuto molto sulla figura dell’illusionista e sui diversi modi di fare illusionismo e ricavato tre filoni chiave che sono il Meta- illusionismo di Penn & Teller, l’illusionismo che definiamo diegetico della Magie Nouvelle e il Neo-illusionismo di Derek Del Gaudio a cui noi ci ispiriamo che spinge i limiti del linguaggio illusionistico nella direzione della performance artistica e dell’ arte contemporanea. Del Gaudio ha posto la questione fondamentale di che cosa si può dire con questo linguaggio, ci sono altri eccellenti illusionisti come Luke Jermay, Ben Hart, che però ma non mettono a tema questa problematica cioè che cosa si può dire e che cosa non si può dire con la magia. Solo Del Gaudio riprende in qualche modo la problematica di Wittgenstein dei limiti per cui ci sono cose di cui non si può parlare. Cosa che il mago classico non fa perché pensa che si possa esprimere qualsiasi cosa con un gioco di carte. Il mio prossimo obiettivo è fare quello che ho fatto con Incanti con il mentalismo, in ottobre debutterà infatti il mio nuovo spettacolo Think, dove cerco di svecchiare questa forma d’arte che per quanto nuova è vittima dei suoi stessi stereotipi con il coraggio di abbandonare la grande bugia del mentalismo cioè che il mentalista sia veramente capace di leggere il pensiero, il che è molto problematico e non vero perché ci si prende un applauso per una cosa che non si è in realtà in grado di fare. Quando mi chiedono quali sono i testi del mentalismo cito Così è se vi pare di Pirandello, Le ricerche filosofiche di Wittgenstein e 1984 di Orwell per mostrare come questo linguaggio possa essere osservato da un punto di vista nuovo. Un altro obiettivo per il futuro è utilizzare questo linguaggio per mettere in scena opere teatrali di autori come La tempesta di Shakespeare, il Faust di Goethe, La grande magia di De Filippo, le opere di Pirandello che secondo me è il più grande mentalista italiano. La magia potrà essere nobilitata in Italia solo se sarà portata sui palcoscenici dei teatri stabili e lo possiamo fare solo se dimostriamo che noi ci possiamo inserire in quella forma e che possiamo stravolgerla dall’interno dando prospettive nuove alla drammaturgia.
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