Kerol

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intervista di A.R. a kerol, durante l’Open Circus drean, a Tito (PX), ottobre 2015
(traduzione dalla spagnolo di Marta Cartouche)

Cosa significa per te il “pubblico”, cosa ti smuove dentro, come ti influenza durante il processo di creazione artistica, oppure mentre sei in scena?

Per me il pubblico rappresenta l’umano, e io rappresento loro, perché per me quando un artista va in scena rappresenta l’umanità, la vita che tutti viviamo, in maniera più poetica, letterale o letteraria E’ come uno specchio, consapevole o inconsapevole, del pubblico che lo sta guardando.
Mi interessa rivolgermi al pubblico in modi diversi nei miei spettacoli: parlo in modo molto diretto, molto personale, senza codici teatrali definiti, un essere umano sta parlando ad un altro essere umano, un modo abbastanza colloquiale, amichevole; e poi un modo di parlare che non è tanto parlare quanto comunicare in una maniera più poetica, diretta all’inconscio del pubblico che non sa realmente che gli stai parlando.
E’ come l’humor, in cui le persone pensano senza sapere che lo stanno facendo; è un modo di far arrivare un pensiero, una sentimento, una idea senza che questo avvenga in maniera esplicita. Così mi piace parlare, a volte chiaramente, diretto, prendo il microfono e parlo e lascio uscire da me quello che sento. Per me l’arte in sè è una forma di comunicazione, dipende dai codici che utilizzi, però l’arte diventa completa quando c’è un osservatore e quando si crea una relazione con quest’osservatore

Cosa ti piacerebbe passasse al pubblico, pensi che il pubblico capisce la tua arte, il tuo messaggio?

Il mio obiettivo non è che capiscano una cosa precisa, ma che comprendano qualcosa, e non è importante che tutti comprendano la stessa cosa. Se succede bene, ma l’importante è che ricevano, che gli arrivi qualcosa e che questo gli faccia provare un’emozione. Con i Subliminati per esempio c’era una scena che alcuni del pubblico vivevano in modo molto forte e intenso, altri come abbastanza normale, altri che ne erano disturbati o annoiati… e per me questo è bello: l’arte come qualsiasi altra cosa in questa vita dipende dalla prospettiva di colui che la riceve. Durante uno spettacolo ci sono 500 persone, ognuna con la propria storia, le proprie esperienze…

E nella direzione opposta, al contrario, cosa arriva a te dal pubblico, cosa ti influenza?

La prima cosa che mi influenza è l’energia, che non sono i rumori o gli applausi ma l’attenzione: questo rituale che si crea quando c’è una buona scena e un buon spettacolo. Si crea un’energia, qualcosa che cresce; dall’artista va al pubblico e dal pubblico torna all’artista, diventa un flusso energetico di attenzione, di ammirazione, di rispetto reciproco. Per me con il pubblico lo spettacolo diventa un lavoro 50 e 50, come un mano a mano; non sono solo, se sono solo è differente, non si crea tutto questo; c’è l’artista, le sue azioni,la sua scenografia e il pubblico, e l’alchimia di questi tre ingredienti crea il momento piacevole, poetico, trasgressivo. Le arti sceniche per come le intendo io sono un’unione di questi tre ingredienti.

In che modo tu cerchi il pubblico? Con lo spettacolo, certo, però hai altri momenti, fuori dallo spettacolo, in cui ti apri al pubblico, lo incontri? 

Si, in Francia lavoriamo molto sull’incontro con il pubblico: finisce lo spettacolo, mi lavo mi cambio, torno in scena e si apre una conversazione con il pubblico. L’ho fatto molte volte e mi piace molto questo scambio, che mi dicano “mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto”, oppure ancora “non l’ho sentito”, Per me la cosa più importante è che vivano un’esperienza… anche non piacevole. Per me questo è il senso della vita stessa, la vita non è una questione di fare le cose bene o male ma di farle, vivere, essere; per me è importante che vivano qualcosa, preferisco fare qualcosa che non gli piaccia piuttosto che qualcosa che li lasci indifferenti e non gli trasmetta niente. Sul palco io do l’anima, do tutto me stesso, quindi dopo penso che il ruolo di protagonista lo prenda il pubblico e io non ho aspettative, se non quella di condividere quel momento nel quale non c’è più nessuna distanza di palco, nessun ruolo pubblico/artista, e diventiamo esseri umani che comunicano.

KEROL OXYMORONE 2

E tu ricordi se c’è stata un’occasione, un episodio o un momento speciale che hai vissuto col tuo pubblico e che ancora ti ricordi questo momento? 

Beh mi sono arrivate tante cose.. mi ricordo in un teatro di Toulouse una bambina che aveva con sé un orsetto e me lo ha lanciato. Poi dopo nel parco le ho detto se lo rivoleva e lei in tutta tranquillità si è avvicinata e mi ha abbracciato. E’ stato molto bello! Poi con i Subliminati è successo di vedere gente del pubblico in lacrime, che vivevano un’emozione molto forte. Una volta nei pressi di Lione una donna uscendo, molto emozionata, mi disse che l’aveva toccata nel profondo la scena di me travestito da donna. Un uomo, che ero io, era riuscito a parlarle tanto della donna e della femminilità… questo mi ha lasciato senza parole! E’ stato bellissimo, che una donna ha sentito e ha condiviso tutto ciò, mi ha fatto vedere qualcosa della donna, essendo un uomo, che non mi scorderò mai.

Molto bello. E ti ricordi di qualcosa che non è stato invece bello, piacevole, ma forte comunque?

Si mi ricordo una volta in Svizzera, ci contrattarono con i Subliminati in un super teatro, in cui gli abbonati sono persone abbastanza conservatori, un po’ di destra. Verso la metà dello spettacolo c’è stata gente che ha iniziato ad andarsene. Poi alla fine metà platea ci ha tributato una standing ovation e l’altra metà è rimasta indignata; a spettacolo terminato siamo andati a parlare con la direttrice del teatro, che ci disse: “non sono come avete fatto, ma vi hanno odiato, la gente si è infastidita e lo ha vissuto molto male” e non è proprio il nostro obiettivo, non miriamo a questo; è stato molto forte, perché tocca la sfera di quello che fai di importante, con cui ti guadagni la vita, in cui metti tutta la tua anima e il tuo impegno. Capisco che c’è gente a cui può piacere o meno, però che ci sia gente che si sente offesa, che si alzavano e se ne andavano… ci è accaduto due volte, una qui in Svizzera e una in Francia.
Da un alto credo sia completamente legittimo: in quanto pubblico hai tutto il diritto ad andartene, è una scelta completamente rispettabile; inoltre proporre in scena idee trasgressive, intime, porta con sé un rischio. Io rispetto entrambe le posizioni, le reazioni di disdegno del pubblico e la nostra convinzione nel mettere in scena le nostre creazioni. Quando vivo personaggi trasgressivi come ‘wELcoMe To my HEaD’ all’inizio sono sempre alla ricerca del limite, e questa frontiera è il pubblico a darmela, ad aiutarmi nel capire fino a dove è troppo e fino a dove posso spingermi. In Francia ad una delle prime rappresentazioni, ci inserirono nella programmazione destinata al pubblico di tutte le età, ed una persona si alzò dicendo ad alta voce “Me ne vado!”. A volte è anche una questione di come ti programmano, in quale contesto di spettacoli ti inseriscono.

Questo apre un’altra questione sul tema della mediazione culturale. Ogni compagnia, ogni artista ha la sua estetica, la sua visione artistica, il suo concept, ritieni che possano soffrire di interpretazioni sbagliate da parte dei programmatori…

Prima di tutto credo che la comunicazione tra programmatori e pubblico sia un passaggio assolutamente necessario; il pubblico prima che in noi ha fiducia nel teatro. Quello che è accaduto in Svizzera lo concepisco e lo trovo normale, ma quello che è accaduto in Francia ritengo sia responsabilità anche del teatro, che ci ha presentato male e al pubblico meno indicato. E’ stato un errore, e ne abbiamo discusso subito dopo con la direzione, ma in generale ritengo anche queste delle buone esperienze, e non ho avuto mai niente da criticare.

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