IL CATALOGO E' QUESTO? - Prove di dialogo tra artista e città
Dell’insieme (se esiste) di pratiche di cui si occupa questa rivista (quali? Quante?), comuni denominatori sfuggevoli e insidiosi sembrano l’infedeltà alle usuali nozioni e luoghi di “spettacolo” e un dialogo interrogativo con l’ambiente metropolitano. Varie suggestioni sono nate dal fertile incontro “Inter(r)iviste”, promosso dall’Institut Francais di Napoli, in cui la collaborazione tra i periodici Juggling Magazine (Italia) e Stradda (Francia), ha dato vita a un’esplorazione sui legami tra arti di strada e urbanistica. Poi, il gioco delle relazioni, delle teorie identitarie, fino alle circonvoluzioni attorno al sentirsi “contemporaneo” e a qual grado, può scatenarsi infinito.
Il catalogare può servire ad affermare identità, a rafforzare riconoscimenti giuridici o istituzionali, a distinguersi da alterità sempre troppo vicine e lontane, a illudere su sicurezze. Il dubbio invece, generando domande, fomenta dialogo ed energia creativa. Se giocolieri, clown, acrobati possono rassicurare come una primordiale trinità, essa è solo l’inizio di incroci incerti e definizioni trasversali: compagnia, collettivo, scuola, corso, asso- ciazione, residenza, federazione, festival, happening, concorso, raduno, infanzia, clown-dottore, tecniche aeree, regolamenti, parkour, writers, skaters, operatore, formatore, stage, medicina circense, arti aeree, teatro-circo, intensivo, avanzato, intermedio, principiante...: tanto per buttare qualche termine per aria, di quelli che potrebbe riunire l’utopica etichetta “arte urbana”.
Viceversa, il gioco delle appartenenze può porsi come risposta rassicurante nel tentativo di catalogazione concreta dello “spettacolo popolare”, definizione di recente usata per un’udienza in Vaticano: settemila tra famiglie circensi, madonnari, bande municipali, domatori, padroni di circhi, imprenditori di noleggio strutture, circoli magici, giostre a cavalli, burattinai, pupari, mestieri itineranti, migranti. Una coesione sotto l’ala del culto religioso dominante, forse necessaria a chi vuol ribadire un rapporto con la società da minoranza quasi martire, in un gioco contraddittorio con la necessaria anarchia spirituale dell’”arte urbana”. La festosa circostanza, partendo dall’ecumenico invito di utopia di appartenenza ad un unico mondo, ha determinato, con l’assenza (naturale e non polemica) dell’”arte urbana” di cui sopra, due universi paralleli, probabilmente connotati da distinte problematiche, da diverse forme di relazione con la società e quindi di senso della propria arte.
Se in questa millenaria galassia c’è stata una novità recente, da mezzo secolo e più ciò si ha nel diverso rapporto dell’artista circense/di strada/popolare/(dis)urbano con la collettività. Egli è stato per secoli corpo estraneo alla comunità, dunque in un rapporto acritico, apolitico e parassitario rispetto a una società verso le cui tensioni e problematiche il nomade non provava grande interesse: non a caso in varie epoche si deve alla borghesia, nei panni dell’avanguardia o della drammaturgia, la trasformazione del saltimbanco in disegno artistico, satira, segno politico. Ma dagli anni ’60 circa, la novità è che il rinnovamento delle arti circensi ha come suo principale segno la trasmissione non dinastica e la genesi dei suoi protagonisti all’interno della realtà urbana: borghese, ma anche proletaria, nelle sue varie espressioni ludico/artistiche (studentesca, sportiva, intellettuale). Da quell’epoca, circo e spettacolo di strada diventano anche un atto critico, per il semplice fatto che, oltre al virtuosismo, tentano di veicolare contenuti artistici compiuti, poiché per la prima volta ad opera di membri della società costituita: il bisogno primario di rapporto interrogativo con la società proprio a qualunque artista; un’estetica del dubbio che invece non diviene mai una necessità per la popolazione dello spettacolo nomade dinastico. Essa al contrario ha sempre coltivato profili e progetti apolitici, determinando anche una immutabilità del dialogo artistico, e tale sicurezza, in quanto “tradizione” e trasmissione di valori “universali”, ne ha garantito la sopravvivenza fino allo status giuridico di “funzione sociale”. In realtà l’universo del circo e del saltimbanco è stato detentore per secoli della trasgressione e del dubbio (ne riparleremo).
La trasgressione temporanea del tendone diviene oggi di circostanza, quanto la prevedibilità/irregolarità di una ricorrenza stagionale o religiosa, e non coltiva consapevolmente dubbi; il circo canonico resta trasgressivo al massimo nella visione ancora malintesa di una para-etnia incontrollabile a cui si attribuiscono strascichi di illegalità o i sensi di colpa dell’integralismo animalista (ne riparleremo); mentre la trasgressione dei writer, di un raduno di giocolieri, di una scuola di piccolo circo o di un gruppo di skater rompicoglioni, che la città la abitano, è invece una volontà di dialogo politico/creativo con lo spazio e i contenuti urbani, la consapevolezza di interrogare il paesaggio sociale con la costruzione di un linguaggio o di un genere, attorno ad altre scale di “valori”. E forse per quello che da una parte c’è il tentativo volenteroso, e molto italiano, di unificare tutto nell’edificazione cristiana di una cosmologia dello spettacolo “popolare”, sotto l’egida della Chiesa (anche qui concretizzando uno scambio politico nella protezione dell’universo itinerante e fragile); dall’altra il rifiuto gentile da parte dei nuovi dei saltimbanchi “urbani”, per i quali il laicismo è valore garante del dialogo critico e creativo con la città, garanzia dello status di artista.
L’espressione “arte urbana” ha in sé un implicita dichiarazione critica e di dialogo nella volontà di interrogare e inventare, quanto rassicurante è quella di “spettacolo popolare” in quella di proteggere e conservare. Entrambe ricchezze necessarie, l’una coltiva un’autodeterminazione creativa, eventualmente clandestina, l’altra ambisce al riconoscimento ufficiale e a una mai sufficiente “dignità”. Involontario paradosso è la coincidenza, nel giorno di tale udienza papale, del lancio del nuovo sito da parte di Leo Bassi di una religione laica strutturata sui princìpi del buffone e avente come dogma il dubbio (www.paticano.com), in qualche modo riaffermato come energia primaria dell’arte, nel guidare il dialogo tra l’artista urbano e la città; pur sempre quel Bassi che fa della tradizione circense, in tutta la sua fierezza, il motore del proprio progetto. Ma ne riparleremo.
Articolo tratto da Juggling Magazine n. 57 dicembre 2012

RAFFAELE DE RITIS
Raffaele De Ritis (1967) regista e storico attivo fin dagli anni ’80 in Europa e Stati Uniti. Ha creato spettacoli per Ringling-Barnum, Cirque du Soleil, Big Apple Circus, Franco Dragone, ed é consulente creativo di Disneyland Paris. Ha diretto David Larible, Arturo Brachetti, Raul Cremona, Aldo-Giovanni- Giacomo. E’ stato tra i pionieri del “Florilegio” Togni e della serie “Circo” di Raitre. Autore di numerosi saggi e opere sulle arti circensi e sull’illusionismo, tiene conferenze in tutto il mondo. Ha tenuto docenze all’Università La Sapienza e Tor Vergata, il CNAC, l’ESAC, Vertigo, ed é co-fondatore del Nouveau Clown Institute. E’ stato membro della commissione consultiva circo per il Mibact e presidente dell’Ente Manifestazioni di Pescara, dove nel 2007 ha fondato di “Funambolika – Festival Internazionale del Nuovo Circo”. www.raffaelederitis.com