Topas

Topas

I started performing magic when I was very young, around the age of seven or eight. One particular memory has stayed with me ever since: a spaghetti western I watched on television, in which Terence Hill shuffled a deck of cards with an almost hypnotic ease. Only much later did I discover that those hands actually belonged to Tony Binarelli. I didn’t know it at the time, but the gesture made such an impression on me that I was compelled to try it myself. I was just a child, attempting to reproduce those movements without really understanding them, as if I were chasing a moving image in reverse.

That was where my first relationship with magic began. The next step was discovering the Magic Circle in Germany, where I found my first true mentor, Eberhard Riese. He radically changed the way I thought. He taught me not just techniques, but an attitude: the need to search for something original, even when it is more difficult and takes longer. He encouraged me not to settle for ready-made classics, but to develop a language of my own. Thanks to him, I began to see magic not simply as a matter of execution, but as a form of expression.

With his guidance, I developed my first act, combining manipulation with sunglasses and an electric guitar. It was still a rather naive attempt, but it pointed in a clear direction: away from imitation. In the world of magic, it is easy to take refuge in the classics because they work and provide a sense of security. Yet for precisely that reason, audiences can eventually begin to perceive a certain repetitiveness. My mentor taught me to resist that temptation and to believe in originality as a long-term pursuit.

Another fundamental influence was Helge Thun, a member of the group Flicking Fingers, who introduced me to a theatrical and comic approach to magic. Through him, I understood that a show is not simply a collection of effects, but a narrative built on rhythm and internal coherence. At the same time, stand-up comedy played a decisive role in my artistic development, giving me complete freedom on stage: no props, no mechanisms, just words and presence.

In more recent years, artists such as Nikolai Striebel and Jaana Felicitas, who belong to a new generation, have encouraged me to continually reconsider what I understand by magic. Their fresh perspective forces me to question the very meaning of this discipline. I don’t know whether magic can fully be considered an art, but it certainly contains an artistic dimension that continues to evolve.

My creative process does not follow any precise rules. Ideas come from different places: images, music, everyday experiences. Sometimes I don’t even know where they originate. The idea of the treadmill, for example, did not emerge from a process of reasoning, but from a vision, almost cinematic in nature, which I only came to understand more clearly later. The image of a person running slowly suggested the idea of lightness, of the desire to escape the weight of the body.

I believe the difference lies not so much in the ideas themselves as in the determination to bring them to life. When something truly strikes me, I feel an almost irrational need to see it through, even when doing so makes no practical sense. It is a kind of stubbornness that has always been with me, a childlike way of looking at the world that I have never lost.

Today, I continue to work across magic, theatre and stand-up, maintaining an open approach to cross-pollination with other disciplines. I am optimistic about the future of magic: it has never been so visible, widespread or diverse. On social media, in contemporary theatre and in new forms of performance, a new language is emerging that does not replace traditional magic, but expands it.

Live magic will continue to exist because it responds to a fundamental human need: the experience of wonder shared with others. Whether in small theatres or large-scale productions, what matters is the ability to create an experience that goes beyond mere technique. For me, magic remains just that: a way of telling stories about what it means to be human through the impossible, transforming doubts, desires and images into a shared language.

Ho iniziato a fare magia quando ero molto piccolo, tra i sette e gli otto anni. Un ricordo preciso mi accompagna ancora: uno spaghetti-western visto in televisione, con Terence Hill che mescolava le carte con una naturalezza quasi ipnotica. Solo più tardi scoprii che quelle mani erano in realtà quelle di Tony Binarelli. All’epoca non lo sapevo, ma quel gesto mi colpì al punto da spingermi a provarci da solo. Ero un bambino e cercavo di ripetere quei movimenti senza comprenderli davvero, come se inseguissi un’immagine in movimento al contrario. 

È lì che nasce la mia prima relazione con la magia. Il passaggio successivo è stato l’incontro con il Magic Circle in Germania, dove ho trovato il mio primo vero mentore, Eberhard Riese. È stato lui a cambiare radicalmente il mio modo di pensare. Non mi ha insegnato soltanto tecniche, ma un atteggiamento: la necessità di cercare qualcosa di originale, anche quando è più difficile e richiede più tempo. Mi incoraggiava a non limitarmi ai classici già pronti, ma a costruire un linguaggio personale. È grazie a lui se ho iniziato a vedere la magia non come semplice esecuzione, ma come forma di espressione.

Con lui ho sviluppato il mio primo numero, in cui combinavo la manipolazione con occhiali da sole e chitarra elettrica. Era un tentativo ancora ingenuo, ma segnava una direzione precisa: allontanarsi dall’imitazione. Nel mondo della magia è facile rifugiarsi nei classici, perché funzionano e sono rassicuranti, ma proprio per questo il pubblico finisce per percepire una certa ripetitività. Il mio mentore mi ha insegnato a resistere a questa tentazione e a credere nell’originalità come percorso a lungo termine.

Un’altra influenza fondamentale è stata Helge Thun membro del gruppo "Flicking Fingers, che mi ha introdotto a una visione teatrale e comica della magia. Con lui ho capito che uno spettacolo non è una somma di effetti, ma una narrazione costruita con ritmo e coerenza interna. Parallelamente, la stand-up comedy ha avuto un ruolo decisivo nella mia formazione artistica, perché mi ha dato la libertà assoluta della scena: nessun oggetto, nessun meccanismo, solo la parola e la presenza.

Negli anni più recenti, artisti come Nikolai Striebel e Jaana Felicitas, appartenenti a una nuova generazione, mi hanno spinto a rimettere continuamente in discussione ciò che considero magia. Il loro sguardo fresco mi costringe a interrogarmi sul senso stesso di questa disciplina. Non so se la magia sia pienamente un’arte, ma sicuramente contiene una dimensione artistica che continua a evolversi.

Il mio processo creativo non segue regole precise. Le idee arrivano da luoghi diversi: immagini, musica, esperienze quotidiane. A volte non so nemmeno da dove provengano. Un esempio è l’idea del tapis roulant: non nasce da un ragionamento, ma da una visione, quasi cinematografica, che solo in seguito ho compreso meglio. L’immagine di una persona che corre lentamente mi ha suggerito il tema della leggerezza, del desiderio di sottrarsi al peso del corpo.

Credo che la differenza non stia tanto nelle idee quanto nella determinazione nel realizzarle. Quando qualcosa mi colpisce davvero, sento il bisogno quasi irrazionale di portarla a termine, anche se non è razionale farlo. È una forma di ostinazione che mi accompagna da sempre, una sorta di sguardo infantile che non ho perso.

Oggi continuo a lavorare tra magia, teatro e stand-up, mantenendo un approccio aperto alla contaminazione con altre discipline. Sono ottimista sul futuro della magia: non è mai stata così presente, diffusa e diversificata. Nei social, nel teatro contemporaneo e nelle nuove forme performative sta nascendo un linguaggio che non sostituisce la magia tradizionale, ma la espande.

La magia dal vivo continuerà a esistere perché risponde a un bisogno umano fondamentale: la meraviglia condivisa. Che si tratti di piccoli teatri o grandi produzioni, ciò che conta è la capacità di creare un’esperienza che superi la semplice tecnica. Per me la magia resta questo: un modo per raccontare qualcosa di umano attraverso l’impossibile, trasformando dubbi, desideri e immagini in un linguaggio condiviso.

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GIORGIO ENEA SIRONI

Giorgio Enea Sironi is a professional working in the communications and live entertainment sectors. For Juggling Magazine, a publication dedicated to contemporary circus and the performing arts, he edits "Hocus Pocus, the Column of Wonders," where he publishes interviews and insights into contemporary illusionism.

Giorgio Enea Sironi è un professionista operante nel settore della comunicazione e dello spettacolo dal vivo. Per Juggling Magazine, rivista dedicata al circo contemporaneo e alle arti performative, cura "Hocus Pocus la Rubrica delle meraviglie" dove pubblica interviste e approfondimenti sull'illusionismo contemporaneo. 

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